www Wednesday: 26 aprile 2017


Buon pomeriggio, lettori!
Finalmente, eccoci qui per un'altra puntata del www Wednesday! Siete pronti? Come sempre, fatemi sapere anche le vostre letture, perché sono davvero curiosissima di sapere i vostri generi preferiti e, magari, di scoprire qualche nuovo romanzo.

What did you just finish reading? (Cos'hai appena finito di leggere?)


Il primo libro che ho terminato in queste due settimane
è Omero, Iliade di Alessandro Baricco.
Se volete sapere la mia opinione, trovate la recensione qui.

Inoltre, ho anche riletto il quarto capitolo della saga
di Harry Potter, Harry Potter e Il calice di fuoco.
Mi mancava tornare a Hogwarts!


What are you currently reading? (Cosa stai leggendo in questo momento?)

Ieri ho iniziato a leggere La rosa del califfo di Renée Ahdieh
(ricordo che questo romanzo sarà disponibile in tutte le librerie
da domani, 27 aprile). Vi dico solo che mi sta piacendo
talmente tanto che sono già a pagina 200.
Stay tuned per la recensione!


What do you think you'll read next? (Che cosa pensi di leggere dopo?)

Sicuramente, finito La rosa del califfo,
continuerò la lettura de La verità sul caso Harry Quebert.
Mi mancano circa 370 pagine per terminarlo,
quindi spero di scrivere la sua recensione presto.

Quattro chiacchiere con... Wulf Dorn


Buongiorno!
Finalmente anche io ho avuto la possibilità di conoscere Wulf Dorn in occasione dell'uscita del suo ultimo romanzo, Gli eredi, (trovate la recensione qui) e di passare un bellissimo pomeriggio in compagnia di altre blogger presso la casa editrice Corbaccio.
Colgo l'occasione per ringraziare ancora tantissimo la casa editrice per avermi permesso di incontrare l'autore e anche Wulf Dorn per essere stato così disponibile e gentile. È davvero una persona squisita e vi auguro con tutto il cuore di incontrarlo, un giorno.
Inoltre, come se non bastasse conoscerlo, mi sono perfino ritrovata accanto a lui durante l'intervista! Un sogno, ragazzi. E quella voce profonda... Le altre ragazze ed io eravamo completamente d'accordo sul fatto di farlo parlare il più possibile, nonostante non capissimo assolutamente nulla di tedesco.
Ora, però, vi lascio all'intervista - vi avviso che è lunga -, con poche ma bellissime parole che Wulf (ormai è diventato il mio migliore amico) ha detto a noi blogger alla fine dell'incontro.

Volevo ringraziarvi tantissimo per il vostro blog, per il vostro lavoro e per il da fare che vi date, perché una cosa è leggere un libro e ben altra è tentare di trasmettere agli altri quello che si è provato e mettere a disposizione così tante ore del proprio tempo. È veramente una cosa tutt'altro che scontata. Quindi, come autore, vi ringrazio tantissimo: sono davvero molto riconoscente per tutto ciò che fate per me e sono felice di vedere che esistono delle persone come voi.




1. Dopo aver letto romanzi quali La psichiatra e Incubo, mi aspettavo ancora uno psico-thriller, invece ne Gli eredi ho trovato un romanzo quasi prettamente di genere horror, che mi ha ricordato molto Stephen King. Ho trovato poca realtà e verosimiglianza e più fantasia. Come mai questo cambiamento dai tuoi lavori passati?

Io arrivo dal genere horror, perché i miei primi racconti erano proprio di quel genere. Qui mi premeva raccontare una storia che, partendo da dei fatti reali - perché ce ne sono tantissimi che mi hanno fornito uno spunto per questa storia - mi facesse guardare alla realtà secondo una determinata angolazione. È vero, in questa realtà si trovano tanti elementi horror, ma è proprio questo che, alla fine dei conti, porta la storia a funzionare.


2. Quindi, quella che racconti è una favola nera?

In realtà sì. L'intenzione della favola è quella di raccontare un certo argomento, un certo tema, in una maniera tale da trasportarlo verso chi lo ascolta e renderlo comprensibile. Quindi direi che questa definizione di favola nera è molto calzante.


3. Si può considerare una favola anche perché alla fine c'è la morale?

In un certo senso, sì. Direi, però, che qui non si tratta tanto di una morale, perché io non voglio dare un finale come quello delle favole, con - appunto - una morale. Il mio pensiero iniziale era quello di trasmettere un'idea che serbavo in me da tempo e non quello di dare una soluzione.
Il lettore stesso può trovare la propria soluzione, leggendo il libro, e tutti possono trovare un diverso finale per questa storia. Direi, anzi, che ogni lettore viene spronato a pensare a cosa si potrebbe fare di diverso.


4. I bambini nel tuo romanzo si ribellano quasi già nel grembo materno. Senza arrivare a questo estremismo, credi che l'unica possibilità per salvare il mondo sia effettivamente nei giovani?

Secondo me, i bambini qui sono un simbolo. Sono il simbolo, come ben sapete, del futuro.
Il pensiero che, però, mi ha mosso è stato questo: che cosa stiamo facendo noi del mondo in cui viviamo? Che cosa stiamo lasciando alle generazioni future? La reazione dei bambini rispetto al nostro comportamento e al mondo che stiamo lasciando loro, al nostro modo di risolvere i problemi così carico di violenza - guardiamo, per esempio, anche solo a livello politico cosa succede, come tentiamo di risolvere i conflitti mondiali - cerca di rendere evidente tutto ciò. E continuando in questa serie di pensieri si arriva a chiedersi: se non cambiamo il nostro modo di comportarci, cosa succederà? Cosa faranno le prossime generazioni? Faranno lo stesso oppure faranno una rivoluzione?


5. Sei passato da dei libri in cui era il passato a tornare a perseguitare i protagonisti e a uno in cui è il futuro quello che fa paura.

Noi ci troviamo esattamente a metà strada tra il passato e il futuro. Il passato è il punto da dove partiamo e il futuro è il punto verso il quale ci stiamo dirigendo. Ciò che è veramente decisivo è che noi dobbiamo imparare dal passato per tentare di creare un futuro veramente nuovo, altrimenti continuiamo a fare sempre le stesse cose che abbiamo già fatto centinaia di volte. E questo non sarebbe importante né da un punto di vista individuale, né da un punto di vista evolutivo.


6. Da quale storia reale sei partito a scrivere questo libro?

C'è tutta una sequenza che riguarda bambini di tutto il mondo, alle spalle di questa storia. Quando ho cominciato a fare le ricerche, ho letto i rapporti annuali dell'UNICEF e quello che io ho messo in questo libro non è altro che una minuscola percentuale, una parte piccolissima di tutto quello che si può leggere in essi, di tutto ciò che sono i destini di queste creature. Io ho messo soltanto una piccola parte a fini dimostrativi. Leggendo i rapporti, ci si accorge veramente di che cosa succede a questi bambini e ci si rende conto che ciò che loro vivono è uno dei peggiori horror che ci possano essere. Ritengo, pertanto, davvero importante che esistano delle istituzioni come l'UNICEF che si impegnano per la salvaguardia di queste vite.


7. Un'immagine che mi ha colpita molto nel romanzo è quella della bambina che riceve per il compleanno un'arma. Secondo te, cosa spinge un genitore a regalare un'arma a un bambino?

(Ride, dicendo che è davvero un'ottima domanda) Accade veramente ciò che è scritto nel libro. Esiste veramente questa ditta che vende tanti prodotti, tra i quali anche queste armi modello Hello Kitty. Ed è scioccante vedere come ditte di questo genere esistano nella realtà e il fatto che producano non solo armi, ma anche fumetti, per esempio. È tutto un po' come il mondo di Barbie, ma fatto di armi. E non è affatto un'eccezione: se guardi su Youtube, per esempio, ti rendi conto di quanti genitori ci siano, tutti fieri di star insegnando ai propri figli l'uso delle armi.
Direi che questo è tipicamente americano; forse da noi non è proprio così. Quando sono stato negli USA, ho visto con i miei occhi il culto delle armi: tutti hanno un'arma a casa loro... non è un caso che gli Stati Uniti abbiano la più alta percentuale di omicidi. Inoltre, le armi vengono anche utilizzate per risolvere i conflitti, oserei aggiungere definitivamente.
La scena di cui parli tu è stata molto impegnativa dal punto di vista creativo e, se ci fate caso, all'interno del romanzo nomino anche una serie di fotografie e il fotografo che le ha scattate che ritraggono una bambina che presenta la sua prima arma.


8. Però per gli Stati Uniti è proprio un problema culturale e storico. La loro costituzione è ancora quella di fine Settecento, per cui l'idea è che sei autorizzato ad armarti per difendere la tua proprietà. Negli USA, quindi, questa idea è rimasta anche nel 2017. Il problema di adesso è che alcuni vorrebbero introdurre l'uso delle armi anche qui in Europa...

Esatto. Direi proprio che esiste questa tendenza in tutta Europa, in un'Europa che ha una storia veramente antichissima e delle tradizioni altrettanto antiche, che purtroppo vengono messe in pericolo da questa forma di stupidità.


9. La tua prefazione e il rientro a casa di Robert, secondo me, rappresentano l'apice di tutta questa storia. L'incipit è essenziale. Tu dici che i bambini dovrebbero cambiare le regole del gioco, ma in questi ultimi giorni sono successe cose indicibili, compiute proprio da dei giovani, da degli ex bambini. Sentendo queste notizie, devo ammettere che mi sento impaurito, perché noi possiamo, certo, lavorare sul futuro, ma non riesco comunque a capire cosa stia succedendo. Perché i ragazzi si comportano in questo modo? Dove sta andando il mondo?

Il problema è proprio questo. Ed è la stessa domanda che io mi sono posto per scrivere questo libro. Non ho una risposta, ho solo delle possibili risposte. Se noi, però, non cambiamo niente nel nostro atteggiamento e nel nostro presente, cosa succederà? Mi sembra di essere ritornato indietro negli anni, alla bomba atomica e alla minaccia nucleare.
Nel nostro mondo c'è un paradosso: le armi e la violenza per la ottenere la pace.
Se non si cambia questa idea, come sarà il futuro dei nostri figli? C'è sempre il tentativo di usare la violenza per ottenere la pace e risolvere i problemi e questo è un problema che, però, ci riguarda tutti da vicino. Un singolo non può risolvere tutti i problemi del mondo da solo, però possiamo, intanto, cominciare a dare l'esempio: se uno inizia a farlo, poi magari altri seguiranno il suo esempio e piano piano tutti potranno imparare. È questa la cosa nella quale voglio credere.


10. C'è un punto del romanzo in cui scrivi: "Credo che noi adulti commettiamo spesso il grande errore di sottovalutare i bambini. Siamo stati anche noi bambini, avevamo domande, avevamo risposte". Com'è stato Wulf Dorn da bambino? Avevi anche tu domande? Quali risposte ti davi? Hai avuto la sensazione di non essere ascoltato dagli adulti e, quindi, hai mai provato un senso di frustrazione? Magari è anche per questo che hai voluto scrivere questo romanzo?

Il fatto che i bambini vengano troppo spesso sottovalutati è una cosa che mi balza all'occhio tutte le volte che parlo con loro. I bambini hanno un loro modo di pensare. Noi, da adulti, abbiamo un'altra forma mentis, pensiamo in maniera più complessa. E ve lo posso dimostrare. Provate a pensare tutti a una cosa che è piccola, verde e triangolare. Cosa vi viene in mente?
(Risposte di noi blogger: una rana, una foglia, uno stelo d'erba, un albero, una pietra.)
Ho sentito un sacco di soluzioni diverse. Il bambino, però, risponderebbe semplicemente un triangolo piccolo e verde.
Ed è per questo che finiamo sempre per sottovalutare i bambini. È un fatto appurato. I bambini hanno un modo diverso di affrontare la conversazione e determinate cose le potremmo davvero imparare da loro.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, io sono sempre stato un bambino molto curioso. La mia seconda camera da letto era praticamente la biblioteca comunale. Ho letto di tutto e ho continuato a fare un sacco di domande agli adulti. Loro mi hanno sempre dato le risposte che cercavo, ma se la risposta, per caso, non arrivava, allora passavo alla lettura. In tempi in cui internet non esisteva, chiaramente alla lettura di libri.


11. La scena delle farfalle, sentendo anche gli altri blogger, ha inquietato un po' tutti. Gli animali nel libro vengono presi come esempio - vedi anche solo quando il papà dice che i pesci si muovono in banchi per sfuggire al predatore. Mi sembra che ci sia un rapporto particolare tra loro e i bambini e mi piacerebbe saperne di più.

Beh, molto di ciò che ho scritto si basa semplicemente sull'osservazione. Io sono cresciuto in campagna - ho avuto questa fortuna - e mi piace davvero tanto immergermi nella natura. Credo che le cose che osserviamo finiscano per influenzarci. Per esempio, vicino a dove abito io c'è un fiume e lì ci sono un sacco di anatre e di uccelli d'acqua; quindi, mi capita di osservare come questi si riuniscano in gruppo, come se fosse una forma di protezione.
Per quanto riguarda la scena dei pesci, essa mi serviva per dimostrare come la natura riesca a essere così fantasticamente intelligente da creare sempre nuove strategie di vita e sopravvivenza. Il fatto di unirsi in un unico banco e diventare un solo essere rappresenta un importantissimo passo evolutivo.
E lo stesso accade alla bambina, tutta ricoperta di farfalle: è un'altra strategia, un altro passo evolutivo.
Nella prima versione di questo libro non doveva esserci la scena delle farfalle, perché avevo pensato a una scena che si svolgeva in una gabbia di scimmie. Le scimmie, nella mia immaginazione, avrebbero dovuto ribellarsi agli esseri umani, lanciandosi contro le sbarre della gabbia e tentando di attaccare l'uomo. Mi sembrava che fosse più chiara come immagine, poiché le scimmie sono molto più simili agli esseri umani. Poi, però, questa scena è stata tolta, perché ho ritenuto che fosse migliore - e, in accordo con voi, più inquietante - l'idea delle farfalle.


12. Rimanendo sul tema del rapporto tra animali e bambini, secondo te, questi ultimi sono più vicini a quella parte istintiva che accomuna tutti i viventi? Dato che anche loro, poi, si uniscono in gruppo, significa che un bambino è più spontaneo e istintivo rispetto a un adulto e risponde meglio alla sua natura e non alle regole imposte da altri?

Sì, certo, i bambini sono molto più vicini all'origine di tutta la natura, sono molto più istintivi. Per dirla in poche parole, sono il "triangolino verde" di cui parlavamo prima. Essi sono, quindi, più lontani da tutta una serie di regole, da tutto ciò che noi abbiamo creato per mettere in campo una vita disciplinata e civile, necessaria per vivere tutti insieme. Facendo ciò, però, noi finiamo con il perdere il contatto con la parte più originaria di noi stessi, per cui per risolvere i problemi con il vicino di casa finiamo per usare la violenza, invece che tentare di trovare soluzioni sensate.


13. È stato molto bello anche parlare di una gravidanza che sconvolge la vita sia degli uomini, completamente immersi nella loro carriera, sia delle donne, alle quali si presentano mille e mille difficoltà al solo sapere di aspettare un bambino. Mi è piaciuto il fatto che nel momento in cui Laura scopre di aspettare un figlio, la donna prenda consapevolezza, attraverso di lui, del male che la circonda, proprio come se fosse stato lui a farle aprire gli occhi. È un modo per cercare di spingere i futuri genitori a chiedersi cosa stiano lasciando ai loro figli?

Per me, Laura è proprio la parabola e il simbolo della nostra società. Io, naturalmente, posso parlare soltanto della società nella quale vivo, ma vedo che attorno a me c'è un sacco di gente che pensa solo a quello che sta facendo nel momento presente. In Germania c'è stata una analisi dei testi delle canzoni degli ultimi decenni e sono state prese in considerazione tre parole in particolare: io, tu e noi. Tramite questa analisi, abbiamo potuto verificare che la parola che compare con maggiore frequenza è io. Siamo una società fortemente egocentrica. Pensiamo principalmente a noi stessi, alla nostra carriera, al nostro benessere e molto poco a quello che succederà poi.
Laura attraverso questa gravidanza si trova precisamente in questa situazione, si interroga su cosa sarà dopo, perché in quel momento lei non è più solo responsabile di se stessa, ma anche della nuova vita che porta in sé.
Naturalmente, non è necessario che sia proprio una gravidanza a scatenare questa cosa: nella vita di tutti può arrivare un momento preciso in cui si inizia a pensare a quale possa essere il proprio ruolo nel mondo, a cosa sta lasciando per il mondo. Era questa la mia intenzione con Gli eredi: dobbiamo iniziare a prenderci il tempo che ci serve per pensare a quale sia il peso della nostra esistenza, in previsione del futuro di questo mondo.


14. Una curiosità. Il titolo in tedesco è Die Kinder, I bambini, mentre quello italiano è Gli eredi, che secondo me sposta completamente l'attenzione. I bambini poteva essere qualsiasi tipo di libro, Gli eredi, invece, dà una profondità enorme.

Questo è un punto a favore della casa editrice Corbaccio. Ho anche provato a far adottare lo stesso titolo alla casa editrice tedesca, perché mi sembra che esso conferisca maggiore profondità e senso a tutta la storia. Qui non si parla soltanto dei bambini; Robert alla fine capisce perfettamente che la generazione precedente ha avvelenato il mondo. E sono veramente felice di questo titolo.
È interessante vedere come un editore, a volte, si impegni moltissimo per tutto ciò che sta alle spalle di un libro e non soltanto per l'oggetto in sé. Spesso il titolo viene scelto sulla base del fatto che serve un nome per una certa storia e questo è quello che è successo in Germania.
In Inghilterra, invece, dove il libro sta per uscire, il titolo tedesco non poteva essere tradotto direttamente perché c'era già un libro uscito con quello stesso titolo, The Children, e in più abbiamo scoperto che c'era anche un film horror con dei bambini cattivi posseduti da - forse - alieni con il medesimo titolo. Quindi, dovevamo trovare un terzo titolo per la stessa storia e si è pensato a una frase che ritroviamo proprio all'inizio, quando Laura parla a Robert, e poi nell'epilogo, One Final Stone. È un titolo che mi sembra davvero azzeccatissimo.


15. Ricollegandomi a quello che è stato detto prima sui bambini, quando si studia psicologia infantile si dice che i bambini tendono a imparare per imitazione. Alla fine, quindi, non sono tanto i bambini a dover cambiare, ma siamo noi a dover cambiare ciò che insegniamo e ciò che facciamo, affinché i bambini assorbano come delle spugne un nuovo modo di vivere e di pensare.

Sì, sono completamente d'accordo con te. Ed è quello che, in definitiva, Laura dice a un certo punto, quando sostiene che siamo noi i mostri, non i bambini. Questo è proprio ciò che noi dovremmo imparare e che dovrebbe spingerci a migliorare.


16. Una cosa che torna nei tuoi libri sono le voci e in un'intervista avevi anche detto che, da bambino, andavi al cimitero per cercare di registrare, appunto, le voci dei morti.

Sì sì, è proprio vero. Da qualche parte dovrei ancora avere delle cassette. Io tentavo in continuazione di registrare delle voci, ma non ce l'ho mai fatta... al massimo si sente qualche rumore di sottofondo. A ripensarci, però, potrei provare anche con il computer per vedere se a distanza di tempo salta fuori qualcosa.


17. Le emozioni che si provano leggendo Gli eredi sono ansia, inquietudine, paura. Qual è, però, l'emozione dello scrittore, soprattutto nella stesura di determinate scene? Come hai dormito, dopo averle scritte?

Ho dormito benissimo, perché nel momento in cui scrivi, ciò che scrivi sono le tue paure e durante la stesura del romanzo le rivivi. Diciamo che io, queste paure, le ho utilizzate come uno strumento che mi permette di trasmettere al lettore determinate sensazioni e, essendo le mie paure quelle che metto in gioco, poi esse risultano autentiche. Posso solo sperare che le mie parole facciano effetto anche sul lettore. Scrivere delle mie paure è proprio una forma di catarsi: le vivo, le elaboro e poi riesco a dormire.


18. È presto per chiederti sei stai lavorando a nuovi progetti?

No, non è troppo presto e sì, sto lavorando a un nuovo progetto. Non so ancora quando uscirà, forse nel corso del prossimo anno. Il problema è che in Germania io collaboro con due case editrici e in una di queste c'è in atto un cambiamento di personale. Per questa ragione non so ancora determinare l'uscita della nuova storia. Non è improbabile, però, che esca prima in Italia.


19. In un'altra intervista ci avevi detto che avevi in mente di scrivere un libro di ricette: come procede, invece, questo progetto?

L'idea originaria era quella di prendermi sei mesi o un anno di tempo, fare un bel viaggio per l'Italia e parlare con gli anziani per conoscere le ricette di famiglia e raccoglierle in un unico libro, perché la cucina italiana è una delle migliori del mondo. Ci vuole molto tempo, però, per questo progetto e non so se in questo momento un libro di ricette sia proprio quello che i mie lettori vogliono da me.
Potrei anche pensare non soltanto di raccogliere in un libro tante ricette, ma anche di scrivere un libro parallelo con tutti gli omicidi che ci sono stati nei luoghi delle ricette stesse.


20. Quali sono i consigli che daresti a una persona che vuole fare della scrittura il suo mestiere?

Intanto, tutte le paure che riguardano ciò che scrivi - se sarà bello o meno - buttale via e non ci pensare affatto.
Il primo consiglio è: pensa a cosa ti affascina nella storia che stai scrivendo e questo ti aiuterà a trovare la voce giusta. Pensa alla pubblicità della Nike che dice "Just do it", "Fallo e basta".
Il secondo è: quando un giovane desidera fare il pittore cosa fa? Si mette a studiare i grandi della pittura e a tentare di carpirne e capirne i segreti, si domanda e osserva come dipingesse Monet o Picasso. Poi tenta di copiarli e attraverso questa azione del copiare tenta di capire le tecniche di pittura e di riprodurle. Questo aiuta a sviluppare una propria tecnica, una propria mano. E per la scrittura funziona allo stesso modo, però è più facile, perché non hai a che fare con pennelli o con le tele. Devi, però, leggere con attenzione sia i libri che ti piacciono, sia quelli che non ti piacciono e capire perché non ti sono piaciuti. Nella scrittura non ci sono segreti, è tutto lì da vedere, da leggere, nero su bianco. Per usare una formula standard: devi imparare attraverso il copiare.
Il terzo punto: nella scrittura ciò che è decisivo è il fatto che ciò che racconti non sei te stesso, ma la storia. Scegli l'argomento e poi conferiscigli un linguaggio.


21. Quali sono, secondo te, i tre passi fondamentali per scrivere un thriller perfetto?

(Ride) Credo che chi scoprirà quali siano questi tre passi scriverà un super best-seller, ma c'è una legge fondamentale che uno scrittore di thriller deve assolutamente rispettare: non devi annoiare.
La cosa importante in una storia è che essa, nel momento in cui viene pensata e scritta, comincia a sviluppare un proprio ritmo e un proprio linguaggio; in questo modo, tu, scrittore, inizi subito a renderti conto di che cosa funziona e cosa no, un po' come è successo a me per la scena delle farfalle, che si è sostituita a quella delle scimmie. Le scimmie erano veramente troppo e ho dovuto eliminarle dal libro.
E, ricollegandomi alla domanda "Dormi bene?", solo se tu riesci a provare la paura che descrivi, la proverà anche il lettore. Quindi, un ulteriore comandamento è sii sempre sincero.



[Hey, what's up?] Pieve Cipolla - Gianpiero Pisso


Buon pomeriggio, lettori!
Anche oggi vi voglio segnalare un libro molto interessante, di stampo umoristico: si tratta di Pieve Cipolla di Gianpiero Pisso. Ne avete sentito parlare?

TITOLO: PIEVE CIPOLLA
AUTORE: Gianpiero Pisso
CASA EDITRICE: Le Mezzelane
GENERE: Romanzo rurale umoristico
PAGINE: 312
PREZZO DI COPERTINA: 15,90 €
EBOOK: 5,99 €
LINK PER L'ACQUISTOQui

SINOSSI
Pieve Cipolla, nelle Alpi bergamasche, uno dei tanti borghi delle nostre splendide vallate, è nato dalla fantasia dell’Autore. Non affannatevi a ricercarlo sulle cartine geografiche. Non lo troverete. In buona parte è però stato creato sulla base delle caratteristiche che accomunano i nostri paesini montani con economie basate sulla pastorizia, sull’agricoltura, sull’artigianato locale, dove gli anziani trascorrono il loro tempo giocando a carte, a bocce, bevendo qualche bicchiere di vino rosso in compagnia e raccontandosi le storie di tutti i giorni, perfino quelle che parlano di mostri orribili, creature terrificanti che giurano di aver visto tra i boschi e i pascoli della valle. I giovani attendono il momento propizio per lasciare il loro luogo natio, alla ricerca di fortuna altrove, dove le industrie, quelle vere, possono offrire opportunità concrete per le loro carriere e ambizioni, soddisfacendo parimenti il loro desiderio di evasione e di libertà. Questi paesini si depauperano ogni giorno, ma alcuni riescono fortunatamente a sopravvivere, conservando le loro economie ataviche, pur con enormi difficoltà e problemi. In questi borghi, tra le nostre montagne, tre sono le autorità riconosciute, quelle attorno alle quali ruotano il mondo rurale e gli interessi dei loro abitanti: l’autorità religiosa, rappresentata dal parroco del paese, sempre disponibile ad aiutare i suoi parrocchiani e impegnato nella cura delle anime; quella sociale e politica, impersonata dal primo cittadino eletto a tale carica e quella legale, che assicura la sicurezza e l’ordine del paese e che è garantita dal maresciallo dei Carabinieri. Esistenze, modi di intendere la vita, interessi e personalità talvolta diversi gli uni dagli altri, ma con il medesimo fine: cercare di donare benessere e prosperità alla comunità, costituita da paesani dalle mani callose e dalla cultura non sempre sviluppata, alla perenne ricerca di stratagemmi per raggranellare il necessario per sbarcare il lunario, talvolta utilizzando anche mezzi non propriamente leciti. In questi borghi, spesso difficilmente raggiungibili, dove talvolta il forestiero è guardato con ostilità, due qualità, mescolate tra loro, contribuiscono a forgiare il carattere degli abitanti: la generosità, estrinsecata nell’aiuto al prossimo e nel soccorso ai più deboli e l’orgoglio di avere in comune la nascita in quella valle, di sentirsi membri privilegiati di un’enclave che già era appartenuta ai loro padri, e ai nonni e ai nonni dei nonni. In genere questo porta gli abitanti della valle a diffidare degli stranieri, coloro che non abitano in valle, e a interessarsi, talvolta in modo eccessivo, dei fatti altrui, senza però che ciò venga visto come invasione della privacy o sconfinamento nella sfera privata. Questo comune provare un marcato senso di appartenenza dà agli abitanti di questi borghi il coraggio della critica e dello scambio di vedute, ma li rende anche proni a emettere giudizi affrettati e non sempre rispondenti a realtà, a una certa predisposizione al pettegolezzo e in alcuni casi anche a cavalcare la maldicenza e la ritorsione, portata a termine con piccoli dispetti.
Un romanzo alla Guareschi, l’ideatore di Peppone e don Camillo ma senza politica e con molti personaggi maschili e femminili che ruotano attorno agli amici dello scopone scientifico che si incontrano tutti i pomeriggi al Circolo Bocciofila Ungaretti, davanti a un buon bicchiere di vino e che si raccontano e confidano le loro avventure, le loro aspirazioni, le loro vite e anche i loro amori.


L'AUTORE 
Nato in provincia di Varese, sul Lago Maggiore, dove attualmente risiede con la sua famiglia, l’autore è laureato in ingegneria aeronautica e ha, per molti anni, lavorato come dirigente industriale in grosse società italiane e multinazionali straniere.
Ama viaggiare e dedicarsi alle sue tre principali passioni: scrivere, leggere e dipingere ad acquarello. La sua narrativa, sempre attuale e talvolta ironica, rifugge dagli eccessi e vuole proporsi come una lettura spensierata, disinvolta e scacciapensieri. Vincitore del premio nazionale “Le Porte del Tempo” 2012, categoria Saggistica, con l’opera: La profezia del Cristo Pagano, edita da Eremon Edizioni. Ha pubblicato anche con Kindle l’e-book Rudiobus, il cavallo d’oro e con Eretica Edizioni, nel 2016, il suo romanzo mistery: La Tela del Maligno. Con Pieve Cipolla l’Autore si è classificato al secondo posto al Premio Nazionale, editi e inediti, Parole di Terra 2016/17.

[Hey, what's up?] Novità Fazi Editore, Fanucci Editore e TimeCrime


Buongiorno, lettori!
Oggi voglio presentarvi tre libri di tre generi diversi: Origini (parte prima) di Sophie Jomain, edito da Fazi Editore; La leggenda della nave di carta. Racconti di fantascienza giapponese, a cura di Carlo Pagetti e Ilaria M. Orsini e pubblicato da Fanucci Editore; e La canzone delle ombre di John Connolly.
Ne leggerete qualcuno?

TITOLO: ORIGINI (parte prima)
AUTRICE: Sophie Jomain
CASA EDITRICE: Fazi Editore
PAGINE: 382
IN LIBRERIA DAL: 6 aprile 2017
PREZZO DI COPERTINA: 15,00 €
LINK PER L'ACQUISTOQui

SINOSSI
I terribili mesi vissuti come angelo nero sono finiti e adesso Hannah è diventata un lupo mannaro. Trasformarla era infatti l’unico modo per salvarle la vita, dopo che l’ultimo dei sanguinosi scontri fra creature leggendarie che ormai popolano la sua nuova esistenza ha rischiato di esserle fatale.
Ora la ragazza è entrata a tutti gli effetti nel Branco e può finalmente vivere la storia d’amore che ha sempre sognato con Leith, la sua anima gemella. Perché la felicità sia completa manca solo un’ultima vittoria: far cessare le ostilità fra gli angeli neri e i lupi mannari. Nel calore della sua nuova famiglia, e ancora molto vicina ai suoi amici a sangue freddo – fra cui l’affascinante Darius –, adesso Hannah è motivata più che mai a far conciliare i due gruppi rivali.
Quando però il corpo di un angelo nero viene ritrovato orrendamente mutilato – prima di una serie di morti atroci –, il fragile equilibrio fra le due fazioni rischia di andare in pezzi. Per di più, Leith e Darius sono spariti. Presto diventa chiaro che un’ombra assassina si sta aggirando fra le strade di St Andrews mietendo vittime e che nessuno sarà al sicuro fino a quando il colpevole non verrà fermato. Per arrestare la furia omicida che minaccia i suoi cari, e per ritrovare il grande amore e il migliore amico, Hannah intraprenderà un pericoloso viaggio oltre i confini della Scozia e del mito.


❧  ❧  ❧  ❧  ❧  ❧  ❧ 
TITOLO: LA LEGGENDA DELLA NAVE DI CARTA. RACCONTI DI FANTASCIENZA GIAPPONESE
AUTORI: Carlo Pagetti e Ilaria M. Orsini (a cura di)
CASA EDITRICE: Fanucci Editore
IN EBOOK DAL: 6 aprile 2017
PREZZO: 4,99 €
IN LIBRERIA DAL: 20 aprile 2017
PREZZO DI COPERTINA: 9,90 €

SINOSSI
Lungo una linea che risale fino alle leggende e ai miti tradizionali del Sol Levante, pur non disconoscendo la lezione dei grandi autori europei della seconda metà dell’Ottocento, come Verne o Wells, i sedici racconti che compongono La leggenda della nave di carta rappresentano una finestra su un mondo, una società, una cultura che sono altro da noi e che, proprio per questo, ci risultano affascinanti, sorprendenti. Distanti dagli stereotipi più diffusi, che vogliono la fantascienza giapponese legata all’epopea di mostri leggendari come Godzilla o alle saghe anime, questi racconti esplorano territori più accidentati e stimolano suggestioni profonde su temi complessi e insoluti come la rapida modernizzazione della società, gli strascichi del militarismo degli anni Trenta e Quaranta, l’inquinamento ambientale, l’isolamento culturale, la condizione femminile, la fiducia – spesso tradita – nel progresso tecnologico. Il ritratto che se ne ricava è quello di un mondo vulnerabile, scosso, proiettato verso il futuro e allo stesso tempo ancorato al suo passato recente, all’evento che ne ha sconvolto l’attualità, segnandone per sempre l’identità e l’immaginario: l’apocalisse atomica su Hiroshima e Nagasaki.


❧  ❧  ❧  ❧  ❧  ❧  ❧ 
TITOLO: LA CANZONE DELLE OMBRE
AUTORE: John Connolly
CASA EDITRICE: TimeCrime
IN EBOOK DAL: 6 aprile 2017
PREZZO: 4,99 €
IN LIBRERIA DAL: 20 aprile 2017
PREZZO DI COPERTINA: 14,90 €

SINOSSI
In convalescenza in una cittadina del Maine in seguito alle ferite provocate da un colpo d’arma da fuoco che stava per costargli la vita, il detective Charlie Parker fatica a superare le angosce legate all’esperienza drammatica recentemente vissuta. La clinica in cui è ricoverato ospita una vedova di nome Ruth e la giovane figlia di lei, Amanda, donne tormentate e sfuggenti, testimoni e vittime di un passato tragico che risale agli anni della Seconda guerra mondiale e a una città polacca, Lubsko, dove sorgeva un campo di concentramento nazista. Indagare sul loro trascorso per Parker significa dissotterrare segreti atroci e rievocare crimini inauditi e lontani. Ruth e Amanda sono in pericolo, minacciate da qualcuno che non ha sopportato l’affronto della loro sopravvivenza e che, come un’ombra, è tornato dalle tenebre del passato per reclamare il proprio tributo di sangue. Ferito nel corpo e nell’anima, il detective dovrà fare appello alla determinazione e all’acume che gli restano e che, sebbene messi a dura prova, rappresentano la sola possibilità di salvezza delle due donne.

Omero, Iliade - Alessandro Baricco


Buongiorno, lettori!
Ieri sera ho terminato il primo libro della #eastereadathon, Omero, Iliade di Alessandro Baricco. Questa recensione servirà anche a me per chiarirmi le idee sulla rilettura del poema omerico, quindi spero di non essere troppo prolissa.

TITOLO: OMERO, ILIADE
AUTORE: Alessandro Baricco
CASA EDITRICE: Universale Economica Feltrinelli
PAGINE: 163
PREZZO DI COPERTINA: 13,00 €
USATO: 7,02 €
LINK PER L'ACQUISTOQui

SINOSSI
Questo volume nasce da un progetto di rilettura del poema omerico destinato alla scena teatrale. Baricco smonta e rimonta l'Iliade creando ventun monologhi, corrispondenti ad altrettanti personaggi del poema e al personaggio di un aedo che racconta, in chiusura, l'assedio e la caduta di Troia. L'autore "rinuncia" agli dei e punta sulle figure che si muovono sulla terra, sui campi di battaglia, nei palazzi achei, dietro le mura della città assediata. Tema nodale di questa sequenza di monologhi è la guerra, la guerra come desiderio, destino, fascinazione, condanna. Un'operazione teatrale e letteraria insieme, dalla quale emerge un intenso sapore di attualizzazione, riviviscenza, urgenza, anche morale e civile.


RECENSIONE
Avevo comprato Omero, Iliade con un super-sconto a Libraccio qualche mese fa, ma non avevo mai trovato il momento giusto per iniziarlo (nonostante la sua brevità e la sua scorrevolezza).
Devo ammettere che è il primo libro di Baricco che leggo, perché come autore non mi ha mai particolarmente attirato. Nonostante tutti i miei pregiudizi e i commenti negativi che ho letto su di lui, però, Omero, Iliade non mi è affatto dispiaciuto.
Come dice la sinossi, questo libro è una rilettura del poema omerico destinata alla scena teatrale e nella prefazione l'autore stesso ci dice che è stato costretto a fare dei tagli drastici per, appunto, cercare un modo per portare l'Iliade su un palco. Chiaramente, da buona classicista, ho sentito la "mancanza" delle parti che non sono state messe, ma, secondo me, in questo modo Baricco è riuscito a rendere accessibile a tutti un'opera così monumentale e complessa.
Ho apprezzato anche il fatto che, comunque, le citazioni riferite agli dei, ai sogni o alle profezie siano state lasciate, perché, diciamocelo chiaro, sono, sì, gli Achei e i Troiani coloro che combattono, che compiono determinate azioni o che prendono decisioni, ma alla fine - in accordo con le credenze dei Greci - dietro a tutto c'è sempre e comunque il Fato.
Lo stile adottato dall'autore è semplice e lineare. Probabilmente, se fossi stata in lui non avrei consultato solamente una traduzione dell'Iliade - lo dice lui stesso nella prefazione di cui vi parlavo prima - ma avrei guardato più edizioni, perché è possibile che, durante la traduzione di un verso o di un intero passo, autori diversi diano alle loro parole sfumature diverse.
È interessante il fatto che Baricco abbia fatto raccontare i fatti a diversi personaggi in prima persona, capitolo dopo capitolo: anche chi non è più in vita o chi non lo è mai stato (come un fiume) ha un ruolo fondamentale nella narrazione del poema omerico. Alcuni passaggi, però, non li avrei fatti raccontare proprio da quei personaggi che l'autore ha posto nel ruolo di narratori - come la nutrice o Enea, quando parla per la prima volta -, perché hanno ben poco di personale: insomma, messi lì in quel modo li avrebbe potuti narrare chiunque.
La nota più negativa di questo libro riguarda, forse, i commenti (scritti in corsivo) dell'autore, che cerca di insinuarsi nelle menti dei suoi protagonisti e di tratte conclusioni sui loro pensieri e sulle loro emozioni. A volte, mi sono trovata in disaccordo con lui e ho pensato che i commenti stonassero con il resto della narrazione.
Degna di lode è, invece, la postilla finale sulla guerra, in cui Baricco tratta un tema attuale, ma nello stesso tempo terribile e terrificante.


In ogni caso niente paura - Cristiano Guarneri


Buongiorno, lettori, e benvenuti in questa nuova recensione!
Oggi voglio parlarvi di un romanzo che mi è stato inviato quest'estate. Sperando che l'autore possa perdonare questo mio ritardo, ecco a voi la recensione di In ogni caso niente paura.

TITOLO: IN OGNI CASO NIENTE PAURA
AUTORE: Cristiano Guarneri
CASA EDITRICE: Piccola Casa Editrice
COLLANA: Il cielo negli occhi
PREZZO DI COPERTINA: 12,90 €
EBOOK: 4,49 €
LINK PER L'ACQUISTOQui

SINOSSI
Che cosa succede quando cinque sedicenni incrociano la vita di un vecchio uomo cupo, burbero e solitario? Che reazioni susciterà l'incontro con il figlio deforme in carrozzina, malato dalla nascita? Storia di dolore e di rancore, di passione sepolta e di antico amore. Storia di eterne amicizie e giovani scoperte, di corse nei campi e raid in bicicletta. Carlo, il giovane protagonista, vive le vicende della storia, e può scegliere di illuminare con uno sguardo nuovo i fatti e gli incontri della sua avventura umana.


RECENSIONE
Romanzo formativo e prezioso, questo In ogni caso niente paura di Cristiano Guarneri, giornalista e scrittore.
Insegna moltissimo, a partire dall’uso del tempo che – come scritto in un bel passaggio del libro – “… non è qualcosa che passa. Nemmeno il ripetersi di un regalo. È l’attesa di quel regalo.”.
Il lettore, allora, attraverso i tanti protagonisti del romanzo affronta una vera e propria iniziazione alla vita, con il suo carico di gioie, ma anche di prove e di dolore.
Impara come sia possibile maturare affrontando, giorno dopo giorno, le esperienze, le persone, le relazioni che ognuno di noi è chiamato – volente o nolente – ad affrontare e sperimentare. Impara ad aprire gli occhi su ciò che ci sta intorno. Impara che ci sono cose meravigliose in questo mondo, messe lì apposta per noi, ma delle quali in pochi si accorgono. Impara ad accettare gli altri e, soprattutto, se stesso, con le proprie paure e i propri limiti. Impara che la felicità va costruita e conquistata poco a poco, perché non è il trovare la bellezza che rende felici, ma è il riconoscere quello che la bellezza porta dentro si sé: l’essenziale. Impara, quindi, che è proprio questa ricerca dell’essenziale che rende la vita degna di essere vissuta, piena e fruttuosa.
“Quand’è che un uomo è veramente uomo?” viene chiesto a un certo punto del libro. “Quando sa cosa vuole e lo cerca” è la risposta. E i ragazzi del romanzo di Guarneri crescono e diventano uomini cercando: cercando relazioni vere, cercando scelte di libertà, cercando di costruirsi una vita vera.
E chi ha sofferto duramente, anche troppo, l’angoscia di un figlio gravemente disabile e ed è stato toccato da una vita segnata dalle cicatrici profonde del dolore che lascia posto alla rabbia nell’improvvisa consapevolezza che la sua anima era morta impara, giorno dopo giorno, che si può ricominciare a vivere, iniziando a fidarsi nuovamente di quello e di chi si ha intorno.
Accetta, alla fine, che possano anche esistere domande alle quali non c’è risposta – perlomeno non univoca e non uguale per tutti – ma alle quali, se si è uomini, bisogna cercare una risposta finché si ha vita!
Comprende che niente – nessuna esperienza, nessuna relazione, nessun incontro – è da buttare via, è inutile; e che ciò che per qualcuno è nullità può invece essere importante per un altro. Comprende che bisogna saper guardare sotto la superficie delle cose e delle persone per portare alla luce ciò che davvero conta.
Questo romanzo ci lascia alla fine più ricchi, se non altro della consapevolezza che il tempo è prezioso; che non è giusto lasciarsi vivere; che la vita, a volte, può essere sì spaventosa, ma che l’amore deve continuare a convivere col dolore e la fatica.
Perché “… si vive solo il tempo in cui si ama”. Perché – ed è questo il bello dall’esistenza – dobbiamo faticare per diventare uomini, come detto in un bel passaggio del romanzo: “Vedi? L’acqua scorre lenta ma decisa, in una direzione che non cambia mai. Non ha paura, il fiume. Sa quello che deve fare. Ecco, io voglio essere così.”.